Totò incontra il Poeta Vesuviano al Castello de Curtis
Immagine regalata da Totò al figlio del poeta Vesuviano con autografo. Tutti i diritti riservati.

Totò incontra il Poeta Vesuviano al Castello de Curtis

Totò in visita al Castello de Curtis. Quando il principe della risata giunse a Somma alla ricerca della nobiltà

Totò, (Antonio De Curtis) nacque a Napoli nel 1898 e morì a Roma il 15 aprile del 1967, fu tra i più famosi e amati attori italiani del Novecento.  Genio della disarticolazione linguistica nella sua maschera comica ha racchiuso le contraddizioni della nazione provata dalla guerra, regalando al pubblico momenti di poesia e comicità quando imperversavano sofferenza e miseria.

Fu proprio in quella circostanza a nascere una delle frasi celebri dell’attore. Durante la prima Guerra Mondiale, il giovane Totò assisteva al modo in cui i caporali maltrattavano i sottoposti per esaltare il proprio senso del potere e si divertiva a farne le imitazioni. Un giorno, concluse lo sketch con la battuta «…allora, guardiamoci in faccia, siamo uomini o caporali?» I compagni divertiti risposero con applausi e risate sigillando il motto divenuto più tardi titolo di uno dei suoi film e emblema della sua filosofia di vita  che vedeva le autorità avverse ai deboli.

La recitazione esilarante e la comicità a tratti surreale, l’incontro tra la commedia dell’arte  e la sua napoletaneità, gli offrivano un ampio repertorio di linguaggi e scenari dai quali apprendere il mestiere dell’attore. Fu la realtà dei rioni popolari e della Sanità a nutrire il suo innato talento comico, la precoce passione per gli spettacoli da strada e per il teatro dialettale napoletano.

Totò. Dalla strada al successo

Si trasferì a Roma e frequentò la Sala Umberto I insieme agli artisti più importanti del teatro di varietà. Per molti anni ottenne notevole fama con gli spettacoli di rivista. Poi chiamato dal grande schermo, arrivò il successo cinematografico con I due orfanelli (1947) di Mario Mattoli, dieci anni dopo l’esordio in Fermo con le mani! di Gero Zambuto. Presto Totò dimostrò di non essere solo l’attore comico di film esilaranti come 47 morto che parla (1950) di Carlo Ludovico BragagliaTotò a colori (1952) di Steno e Mario Monicelli, Siamo uomini o caporali? (1955), Totò, Peppino… e la malafemmina (1956) e Tototruffa ’62 (1961) di Camillo Mastrocinque; ma capace di interpretare ruoli di maggiore complessità come Napoli milionaria (1950) di Eduardo De Filippo, Guardie e ladri (1951) di Steno e Monicelli, I soliti ignoti (1958) di Monicelli, sino al poetico Uccellacci e uccellini (1966) di Pier Paolo Pasolini.

Anche se si trasferì a Roma per esigenze artistiche, rimase sempre legato alla sua città e fu autore di poesie e di canzoni in vernacolo come le famosa A livella, e  Malafemmina.

Spesso nelle sue rappresentazioni, Totò derideva i nobili con irriverenza quasi come un senso di rivalsa verso un mondo che gli aveva chiuso le porte.

Totò a Somma negli anni ’30

Fu proprio per la spasmodica ricerca delle sue origini nobiliari che Totò giunse più volte a Somma Vesuviana, dove risiedeva il Marchese Gaspare de Curtis.  Erano gli anni ’30 quando Totò fu ospitato dal Marchese Gaspare nel suo castello insieme al poeta Poeta Vesuviano Gino Auriemma, verso il quale il Marchese nutriva grande fiducia e amicizia. Il poeta  frequentava spesso il castello poiché sua moglie Pina era intima amica della marchesina Baby. Essendo Gino poeta di nascita ma avvocato per professione, offriva consigli all’amico Marchese in merito alle sue faccende legali. Fu in quella occasione che Totò chiese al marchese di vendergli il titolo nobiliare. Il marchese ben sapeva che i titoli non si comprano, si riconoscono e infatti a Totò in seguito il titolo fu realmente riconosciuto, ma siccome amava svernare a Roma e fare una vita agiata, non rifiutò la proposta di divenire amministratore della sua Compagnia delle riviste.

Totò tornò ancora ancora a Somma Vesuviana dopo la morte del Marchese per fare visita al Castello d’Alagno che fu poi conosciuto dai sommesi anche come Castello de Curtis o di Totò. Fu così che la storia locale si intrecciò con la biografia dell’attore ed avvenne il nuovo incontro tra il Principe della risata e il Poeta Vesuviano Gino Auriemma.

Totò in visita al Castello del Curtis

Siamo nei primi anni ‘50, probabilmente nel mese di Marzo-Aprile del 1952, Totò giunse nella città di Somma Vesuviana con la sua bellissima compagna, l’attrice Franca Faldini su una potente alfa romeo nera con autista in livrea, berretto e stivali, per  mostrarle il castello, a suo dire, degli avi.

Il Poeta Gino Auriemma e Totò ebbero modo di incontrarsi di nuovo all’ingresso del Castello dove molti anni prima avevano conversato in compagnia del Marchese. Il principe nonostante gli anni trascorsi riconobbe subito il poeta e lo salutò compiaciuto di rivederlo:

“avvocà come state? Io sono qui per mostrare alla mia compagna il Castello dei miei antenati“.

All’arrivo nel castello ormai in disarmo il colono e custode Vincenzo Aliperta detto “ ‘e caparossa” (testa grande), offrì alla signora Faldini un fascio di rami di pesco e fece da cicerone ai visitatori.

Salirono la scala che portava a una delle due torri dove poterono  ammirare il panorama, da lì Totò rivolgendosi alla compagna Faldini disse: “vedi, un tempo qui-additando il pianoro sottostante, — fin laggiù si estendevano tutti i possedimenti dei miei avi”. Il principe indicava l’intero pianoRo campano. Il poeta Gino Auriemma ascoltava con ammirazione e divertimento, ricordando, quanto Totò tenesse al suo titolo tanto da volerlo comprare dall’amico Gaspare.

Mentre il principe guardava il panorama si accorse del volto sbigottito e senza parole del figlio del poeta, negli occhi del ragazzino allora quattordicenne Totò dovette leggere la meraviglia di trovarsi per la prima volta al cospetto di due attori  e di poter ammirare la bellissima attrice dagli occhi verdi, avvolta in una pelliccia di visone.

Totò gli si avvicinò e gli chiese: «come si chiama chistu bello giuvinotto?». Tirò fuori dalle sue tasche una sua foto e con una penna stilografica firmò:

“A Mimmo Auriemma, Totò De Curtis”.

Totò incontra il poeta vesuviano
Immagine regalata da Totò al figlio del poeta Vesuviano con autografo. Tutti i diritti riservati.

 

Poi salutò e ripartì verso Napoli, riferendo al Poeta che non sarebbero ritornati subito a Roma, ma che erano diretti al ristorante D’Angelo in via Aniello Falcone dove  li attendevano alcuni amici, per far gustare alla signora Faldini la famosa “pizza con il sospiro”.

E qui termina questo antico racconto che si tramanda ancora tra la gente vesuviana. Questa è la vera testimonianza raccolta e la firma autografa del Principe durante la visita all’antico Castello, evento che ha onorato la città di Somma Vesuviana con la presenza del grande attore.

 

Rosa Auriemma

 

 

 

 

 

 

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